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ARTRITE REUMATOIDE: OBIETTIVO REMISSIONE

Con i nuovi «biologici» e i farmaci tradizionali sempre meglio utilizzati
MILANO - Farmaci biologici in prima linea per la cura dell'artrite reumatoide: le novità che arrivano dall'ultimo congresso dell'American College of Rheumatology di Philadelphia rivelano che la malattia è sempre più sotto controllo grazie ai nuovi biologici che si stanno affacciando in clinica per ampliare l'armamentario terapeutico a disposizione. Si conferma la loro sicurezza e tollerabilità: il temuto rischio di infezioni viene ridimensionato dalle ultime ricerche, mentre anche i farmaci tradizionali provano di essere efficaci, se usati al momento giusto e in modo opportuno.

NOVITÀ – «La vera novità del momento è un biologico innovativo, tocilizumab, che agisce contro un bersaglio diverso rispetto a quello dei “classici” anti-TNF-alfa – racconta Carlomaurizio Montecucco, presidente della Società Italiana di Reumatologia –. In Italia non è stato ancora approvato, ma è già disponibile nel resto d'Europa e dovrebbe arrivare presto anche da noi: l'importanza sta nel fatto che ampliare il numero di bersagli da poter colpire significa accrescere la possibilità di trovare, per ciascun paziente, il farmaco che consenta di portare alla remissione e al controllo dell'artrite reumatoide. Tocilizumab potrà essere usato in prima linea e, avendo caratteristiche diverse da tutti gli altri biologici, potrà funzionare anche nei malati che non rispondono agli anti-TNF». A Philadelphia sono stati presentati i dati aggiornati dello studio LITHE, in cui tocilizumab è stato somministrato in associazione al metotressato: in due anni di terapia, i pazienti hanno mostrato una riduzione dell'81 per cento della progressiva distruzione delle articolazioni. Gli effetti si sono visti in gran parte dei malati, sia in coloro che non avevano mai preso altri biologici, sia nei casi che non avevano risposto agli anti-TNF.

EFFICACIA– Confermata anche l'efficacia di un altro biologico, rituximab: uno studio discusso al congresso americano suggerisce che i pazienti debbano essere valutati ogni sei mesi e di nuovo sottoposti al trattamento col biologico, se non sono in remissione. Così facendo si può ottenere più facilmente il controllo della malattia e potenziare al massimo la risposta in gran parte dei malati: «Per la prima volta abbiamo la prova che il ritrattamento con rituximab, somministrato ogni 6 mesi per raggiungere l'obiettivo terapeutico, permette di controllare in modo efficace l'attività della malattia dando ai pazienti la possibilità di mantenere la loro normale funzionalità, senza timore di riacutizzazione dei dolori o degli altri sintomi», ha spiegato Paul Emery, reumatologo all'Istituto di Medicina Molecolare dell'università di Leeds in Inghilterra.

INFEZIONI - E sono sempre maggiori anche le evidenze della tollerabilità dei biologici: una ricerca condotta su oltre 18 mila pazienti che fanno parte del registro del Consortium of Rheumatology Researchers of North America ha dimostrato che il rischio di infezioni non cambia, se ci si cura con biologici o con metotressato. Se si tiene conto degli altri elementi che aumentano il pericolo di infezioni, infatti, il ruolo dei biologici appare ridimensionato rispetto ai timori del passato. Dice Jeffrey R. Curtis, autore dell'indagine e direttore dell'Arthritis Clinical Intervention Program: «I fattori di rischio realmente più consistenti sono l'età, condizioni mediche come l'enfisema o componenti specifiche legate all'artrite reumatoide, ad esempio la durata della malattia». Montecucco precisa: «Un incremento della probabilità di infezioni correlato all'uso di biologici, per quanto contenuto, esiste. È però un “rischio calcolato”, che si sceglie di correre a fronte degli indubbi benefici sull'artrite possibili con questo tipo di cure. In ogni caso va detto che il pericolo di infezioni resta sempre uguale negli anni, cioè non aumenta al crescere della durata della terapia con biologici».

FARMACI TRADIZIONALI – Novità importanti anche riguardo ai farmaci tradizionali: uno studio condotto su 755 pazienti con artrite reumatoide ha messo a confronto una combinazione di metotressato, sulfasalazina e idrossiclorochina con un trattamento a base di etanercept, un biologico anti-TNF, e metotressato. Lo studio è stato svolto in doppio cieco (né medici né pazienti sapevano cosa stavano assumendo) e ha previsto vari protocolli: in alcuni casi, ad esempio, si iniziava col solo metotressato per poi aggiungere il biologico o gli altri farmaci in caso di risposta insufficiente. Tutti i malati avevano una diagnosi molto recente (meno di 4 mesi) e non avevano ricevuto altre terapie: a due anni di distanza gli autori non hanno visto differenze fra i due gruppi, in entrambi i casi le condizioni sono migliorate in maniera paragonabile.

OBIETTIVO REMISSIONE - «Una cosa è certa, non importa con quale farmaco si comincia la terapia: può essere un biologico o un tradizionale, quel che conta è iniziare presto e soprattutto modificare la cura, diventando man mano più incisivi, se ogni 2-3 mesi ci si accorge che non c'è una risposta soddisfacente – commenta Montecucco –. L'obiettivo, in altri termini, è raggiungere la remissione, poco importa come ci si riesce. Va detto però che se si comincia con i tradizionali, poi in un 20-30 per cento dei casi si deve comunque passare ai biologici». Essenziale è arrivare presto alla diagnosi e alla terapia: non ci si stanca mai di ripeterlo, ma è realmente ciò che fa la differenza fra vivere bene a lungo o soffrire dei pesanti sintomi dell'artrite reumatoide.

Elena Meli
26 ottobre 2009

da "Corriere Salute"

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