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ARTRITI REUMATOIDI: NON SONO TUTTE UGUALI

Esistono due sottotipi della malattia, una forma sistemica e una infiammatoria, che presentano importanti differenze

MILANO - Non sono solo l’attenzione alla diagnosi precoce e la disponibilità di farmaci sempre più efficienti e specifici a migliorare le possibilità di trattamento dell’artrite reumatoide, una malattia che colpisce in Italia circa 400mila persone, la maggior parte delle quali donne: le ultime ricerche stanno dimostrando come la malattia possa presentare caratteristiche differenti la cui conoscenza potrebbe rivelarsi importante nella scelta della terapia più adatta al singolo paziente. «Valutando con tecniche di biologia molecolare, genetica e immunoistochimica le biopsie sinoviali di centinaia di malati di artrite reumatoide provenienti da tutto il mondo Costantino Pitzalis, del William Harvey Research Institute di Londra in collaborazione con centri reumatologici italiani quale la Reumatologia universitaria di Pavia, ha cominciato a creare sottotipi di malati in base al tipo di cellula principalmente impegnata» spiega Maurizio Cutolo, dell’Università di Genova, presidente eletto dell’EULAR, la Società Europea di Reumatologia.

 

DUE SOTTOTIPI - Ciò ha consentito di distinguere due principali sottotipi della malattia, una forma sistemica e una infiammatoria, che si presentano con quadri clinici differenti, ma che soprattutto presentano importanti differenze relativamente alle vie immunitarie attivate. In una forma prevale infatti l’attivazione di particolari cellule, i linfociti B, nell’altra è elevata la produzione di alcune citochine, dei mediatori dell’infiammazione. Si tratta di una differenza che, grazie alla disponibilità di farmaci biologici in grado di colpire bersagli selezionati potrebbe rivelarsi importante per una terapia sempre più su misura in funzione del profilo del singolo paziente. Come distinguere le due forme? «Elevate concentrazioni dei due noti biomarker dell’artrite reumatoide, il fattore reumatoide e gli anticorpi anti peptide citrullinato, gli anti CPP, sono altamente indicative di un’attivazione dei linfociti B – spiega il presidente EULAR -; si tratta cioè di un malato con malattia più sistemica che articolare in cui il tessuto sinoviale, che è un po' il linfonodo del sistema muscolo scheletrico, si attrezza a fare una riposta più umorale che cellulare, quindi produce più autoanticorpi fra cui i due che noi utilizziamo come biomarker». Di fatto possono essere prodotti anche altri autoanticorpi a loro volta responsabili di altre manifestazioni.

  

I SINTOMI - È possibile così la produzione di anticorpi che, interferendo con la coagulazione, determinano la comparsa di trombosi, altri diretti contro la tiroide che può quindi andare incontro a una tiroidite o contro altre ghiandole, per esempio quelle salivari. «Da un punto di vista clinico si presenta più con una sintomatologia sistemica, con febbricola, con dolori articolari, ma potrebbe anche iniziare con una vasculite (un’infiammazione dei vasi) o con un’insufficienza tiroidea – afferma Cutolo -. Nella forma infiammatoria vi è una prevalenza dei marcatori infiammatori perché vengono prodotte molte citochine (TNFalfa, IL1, IL6) con conseguente aumento degli indici di infiammazione come la VES, la PCR e altri (fibrinogeno, macroglobulina, ceruloplasmina). Qui prevalgono i sintomi articolari: il primo sintomo è spesso la rigidità mattutina, ci può essere una sindrome del tunnel carpale, un interessamento prima da un lato e poi anche dall’altro delle articolazioni delle mani, le interfalangee prossimali e le metacarpofalangee, o di altre articolazioni come le temporomandibolari».

  

TERAPIE - In entrambe le varianti rimane fondamentale la diagnosi precoce che può consentire una terapia altrettanto tempestiva che in prima battuta si basa sui farmaci tradizionali, cortisone a basse dosi e farmaci come il metotrexate o la leflunomide che tendono a spegnere la reazione infiammatoria. Nei casi in cui non sia possibile “raffreddare” la malattia con questi farmaci si deve passare ai biologici. Ed è qui che la possibilità di distinguere fra le due forme potrebbe fare la differenza. Esistono infatti anticorpi monoclonali in grado di colpire in modo specifico i linfociti B, altri che invece neutralizzano le citochine come il TNF alfa. «Vi sono poi farmaci ancora più complessi, come il CTLA4Ig (abatacept), che colpiscono preferenzialmente le cellule in attiva proliferazione. In questo caso vengono bloccati i segnali di costimolazione che le cellule infiammatorie e immunitarie attivate producono: in tal modo viene ridotta una eccessiva costimolazione fra le cellule che condurrebbe alla crescita del processo immuno/flogistico» aggiunge il reumatologo. In occasione del recente congresso EULAR è stato fra l'altro presentato da Michael Schiff, dell’Università di Denver, il primo studio di confronto diretto fra abatacept e adalimumb, un anticorpo monoclonale che blocca il TNFalfa, da cui emerge come l'efficacia dei due farmaci sia sovrapponibile.

 

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