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ARTROSI: SI PUNTA SULLO STUDIO DELLE METALLOPROTEINASI

MILANO - L’artrosi è un po’ come il raffreddore, banale e incurabile. Non mette a rischio la vita, eppure ne compromette la qualità. Ma soprattutto, anche per il fatto di bloccare l’attività di milioni di persone, ha ingenti costi sociali. Per questo i National Institutes of Health statunitensi, dopo aver fatto due conti, hanno calcolato che valeva la pena di rinnovare un finanziamento di 2,6 milioni di dollari diretto a questo scopo: un trattamento che non si limiti ad attenuare i sintomi della malattia, come fanno antidolorifici e antinfiammatori, o a rimediare alle sue conseguenze, come si fa con gli interventi chirurgici che sostituiscono con una protesi l’articolazione del ginocchio o dell’anca rovinate dall’usura. Un trattamento che vada all’origine della patologia, risalendo ai meccanismi con cui si sviluppa.

ENZIMI - A beneficiare dell’ingente fondo di ricerca è Keith Brew, della Florida Atlantic University, un ricercatore che insieme a Hideaki Nagase, giapponese che lavora al Kennedy Institute for Rheumatology dell’Imperial College di Londra, studia da anni una serie di enzimi contenenti zinco e chiamati metalloproteinasi. Sono proteine normalmente presenti nell’organismo, che svolgono attività importanti, per esempio demolendo tessuti danneggiati che devono essere riparati, ma che nel caso dell’artrosi probabilmente si fanno un po’ prendere la mano, distruggendo più di quanto i loro antagonisti non riescano a ricostruire. Gli studi dei ricercatori sui due versanti dell’Atlantico cercano di capire, all’interno della grande famiglia costituita da queste sostanze, quali siano i veri colpevoli e come li si possa bloccare. Per farlo, utilizzano modelli animali e campioni di tessuto provenienti dalle sale operatorie. Se riusciranno nel loro intento, si potrà trovare il modo di fermare il processo di distruzione della cartilagine e impedire che vada troppo oltre.

CONDROPROTETTORI - «Già i cosiddetti “condroprotettori”» spiega Marco Cimmino, professore associato di reumatologia all’Università di Genova, «da alcuni anni si propongono di andare oltre la semplice attenuazione dei sintomi, come fanno gli antinfiammatori e gli antidolorifici». Alla classe di medicinali citata dal reumatologo appartengono acido ialuronico, glucosamina e condroitin solfato, componenti della cartilagine che oltre a sostituire il tessuto distrutto dovrebbero anche intervenire sui processi infiammatori. «La loro utilità è però ancora oggetto di discussione» precisa. «Gli studi finora pubblicati riguardano per lo più l’artrosi del ginocchio e valutano l’efficacia dei farmaci misurando alla radiografia lo spazio compreso tra i due capi dell’articolazione: un criterio che non è preciso come se si usasse la risonanza magnetica».

COSTI - «L’artrosi non è grave come l’artrite reumatoide» conclude Cimmino, «ma ci trova disarmati. Le localizzazioni al ginocchio e all’anca, sebbene meno frequenti di quelle alla colonna vertebrale e alle mani, pesano sulla società, sia perché compromettono la capacità lavorativa delle persone, sia perché gli interventi chirurgici di protesi effettuati per trattarle sono costosi e non immuni da possibili complicazioni». Secondo i dati forniti dalla Società Italiana di Reumatologia e diffusi dal Ministero della salute in Italia i costi diretti (cioè relativi alle cure) per ogni paziente con artrosi del ginocchio, nel 2005, superavano i mille euro l’anno, mentre quelli indiretti (per esempio dovuti alla necessità di assistenza o alla ridotta produttività) sfioravano i 2.500. «Bisognerà però che eventuali nuovi farmaci, senz’altro benvenuti, non gonfino ancora di più questa spesa» conclude Cimmino. Come sempre tutto si giocherà sul rapporto tra costo e beneficio.

Roberta Villa
26 maggio 2009(ultima modifica: 27 maggio 2009)

Fonte: http://www.corriere.it/salute/reumatologia...44f02aabc.shtml

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