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CURE IN RITARDO PER UN PAZIENTE SU DUE

Metà dei malati pensa che una terapia più tempestiva avrebbe garantito loro maggiore indipendenza
MILANO - I cardiologi dicono che il tempo è muscolo, per spiegare che in caso d'infarto bisogna intervenire al più presto. Forse prima o poi passerà anche il messaggio dei reumatologi: il tempo è indipendenza e qualità della vita, quando ci si ammala di artrite reumatoide. Prima ci si cura, più si resta liberi a lungo dai sintomi mantenendo il benessere. Però un paziente su due pensa di non essere stato curato con sufficiente tempestività e crede che oggi sarebbe più indipendente, se avesse iniziato prima la terapia.

INDAGINE – È il risultato di un'indagine condotta su 575 pazienti con artrite reumatoide dalla National Rheumatoid Arthritis Society inglese (NRAS), attraverso cui si è cercato di capire quanto incide la malattia sull'indipendenza dei malati. Tanto, è la risposta: «Il 94 per cento di loro dice che la propria autosufficienza è stata in qualche modo compromessa, più del 60 per cento riferisce che le limitazioni sono consistenti – racconta Ailsa Bosworth della NRAS –. Circa metà degli intervistati ha detto che con una diagnosi e un trattamento più tempestivi oggi sarebbe certamente più indipendente». Il 36 per cento dei malati, ad esempio, ha difficoltà a prendere in braccio figli o nipoti; uno su due non riesce ad andare in giro per negozi, il 60 per cento incontra ostacoli insormontabili sul lavoro, il 68 per cento si lamenta di non poter più curare il proprio giardino.

TEMPESTIVITÀ – «Il sondaggio conferma quello che già sappiamo, ovvero che la terapia precoce può fare la differenza sull'impatto dell'artrite reumatoide nelle vite dei pazienti – riprende Bosworth –. Un trattamento efficace e tempestivo aumenta le chance di rallentare la progressione della malattia e quindi la comparsa di una disabilità permanente. Conservare la propria indipendenza è importante per mantenere il lavoro e una buona qualità della vita, ma anche per continuare a sperare e sognare per il proprio futuro: per questo dobbiamo incoraggiare chiunque sospetti i sintomi dell'artrite reumatoide e i pazienti che pensano di non avere la malattia perfettamente sotto controllo a rivolgersi subito a uno specialista». «Sono assolutamente d'accordo – conferma Gianfranco Ferraccioli, direttore della Clinica Reumatologica della Cattolica di Roma, dove è stata aperta nel 2006 una delle prime Early Arthritis Clinic italiane – In Italia abbiamo ormai numerose strutture in grado di fare diagnosi e trattamenti precoci, che sono sicuramente essenziali per garantire il miglior controllo possibile della malattia: rispetto a 3, 4 anni fa i miglioramenti sono palpabili e le Early Arhritis Clinics sono diffuse in tutto il Paese. Il problema è che i pazienti continuano ad arrivare in media con 3-4 mesi di ritardo e quindi la reale possibilità di fare diagnosi tempestive è limitata». Succede perché molti aspettano parecchio prima di rivolgersi al medico per parlare dei loro sintomi, ma anche perché bisogna migliorare il “dialogo” fra le cliniche e i cittadini: «I malati arrivano spesso dopo qualche consulenza di troppo con altri specialisti – osserva Ferraccioli –. Purtroppo i medici non inviano subito i pazienti dal reumatologo, anche se hanno qualche dubbio che possa trattarsi di una patologia reumatica. Invece bisognerebbe sottoporsi a una visita reumatologica anche se c'è una sola articolazione tumefatta e dolorante, senza aspettare che la situazione precipiti». Solo così, infatti, ci si può curare presto e bene per rimanere a lungo indipendenti.

Elena Meli
28 agosto 09

da "Corriere Salute"

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