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HAI LA GOTTA? BEVICI SU

Gli attacchi dolorosi si possono prevenire bevendo acqua o latte scremato: lo dicono i malati cercati su Google

MILANO - Evitare gli attacchi di gotta è facile come bere un bicchier d’acqua, anzi, meglio ancora, di latte scremato. Lo sostengono due studi presentati all’Annual meeting of the American College of Rheumatology di Philadelphia, uno dei quali condotto con un metodo davvero innovativo. I ricercatori si sono fatti furbi: perché passare di ospedale in ospedale alla ricerca di un numero di malati abbastanza grande da avere un significato statistico? Basta mettere un annuncio su Google e se ne possono trovare a centinaia. È questo il sistema, pratico ed economico, utilizzato dai ricercatori della Boston University School of Medicine per coinvolgere più di 500 pazienti con la gotta nel loro studio senza muoversi dallo schermo del computer. I volontari dovevano avere avuto un episodio di gotta nell’anno precedente e dimostrarlo inviando una copia della cartella clinica.

LO STUDIO - Anche i risultati sono stati raccolti online: l’inserzione pubblicata sul famoso motore di ricerca chiedeva infatti ai partecipanti di collegarsi a un apposito sito entro due giorni da un attacco doloroso e rispondere a una serie di domande su ciò che avevano mangiato e bevuto nelle 24 ore precedenti la crisi. Erano anche invitati a ripetere la procedura in un qualunque altro momento, a distanza di tempo dall’evento. «Si sa da tempo che la disidratazione può scatenare un attacco» precisa Tuhina Neogi, la giovane ricercatrice che ha coordinato il lavoro. «Ma i dati che abbiamo raccolto con questo particolare sistema ci hanno permesso di andare oltre: è chiaro che il rischio di avere una crisi diminuisce quanta più acqua si beve». Chi per esempio beve da 5 a 8 bicchieri di acqua ha un rischio inferiore del 40 per cento rispetto a chi ne prende uno o nessuno. La relazione con l’apporto di liquidi non vale quindi solo al negativo, nel senso che la loro carenza può far star male, ma anche al positivo: più si beve, meno si rischia. «Attenzione però» sottolinea la studiosa. «Parliamo di acqua, non di birra, che al contrario può far precipitare la situazione!».

IL LATTE - Se la birra infatti è uno dei principali fattori scatenanti per la malattia, esiste un’altra bevanda che può degnamente sostituire l’acqua, anzi, amplificarne gli effetti: il latte scremato. Questo non si limita, come fa l’acqua, ad aumentare la componente liquida del sangue e diluire l’acido urico, che quando è presente in quantità eccessive precipita sotto forma di cristalli nelle articolazioni, per esempio quella dell’alluce, provocando il dolore, il gonfiore, l’arrossamento tipici della malattia. Il latte scremato in più contiene una sostanza, l’acido orotico, che aiuta i reni a eliminare l’acido urico dall’organismo. Lo ha dimostrato Nicola Dalbeth, dell’Università di Auckland, che per il suo studio ha usato metodi più tradizionali dei colleghi statunitensi. Scopo del suo lavoro era documentare come cambiano i livelli di acido urico nel sangue quando si beve latte scremato oppure latte di soia. Con i suoi collaboratori la ricercatrice neozelandese ha raccolto campioni di sangue e urina a 16 volontari prima di dar loro le bevande e li ha riesaminati, ogni ora per tre ore, dopo che avevano bevuto. «Dopo aver assunto il latte di soia» dice la studiosa, «i livelli di acido urico salgono del 10 per cento; con il latte scremato, invece, scendono del 10 per cento». Tanto per avere un’idea dell’entità di questo effetto, il farmaco più usato contro la gotta, l’allopurinolo, abbassa la concentrazione della sostanza, il parametro chiamato dai medici uricemia, del 20-30 per cento.

IL CONSIGLIO- «Ciò non significa che bisogna sostituire le cure prescritte dal medico con due bicchieri di latte» raccomanda Elaine Husni, della Cleveland Clinic . «Questi due studi non bastano per cambiare le raccomandazioni ai malati: ma visto che acqua e latte scremato non presentano controindicazioni, chiunque può assumerli liberamente, sapendo che al limite può trarne solo beneficio».

Roberta Villa
14 novembre 2009


da Corriere Salute

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