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IL RITORNO DELLA GOTTA, MALATTIA DEI PAPI E DEI RE

Sta diventando sempre più democratica una patologia un tempo appannaggio delle classi agiate
John Locke: il filosofo ammoniva sul consumo di carne già nel'600

MILANO - È stata la malattia dei re, dei Papi, dei grandi nobili del passato: di gotta ha sofferto la dinastia del Carolingi, Carlo Magno su tutti; Piero de' Medici, il padre di Lorenzo il Magnifico, era chiamato “il gottoso”; il Re Sole, Luigi XIV, fu colpito anche lui dalla gotta. Una patologia che conosceva già pure Ippocrate, il grande medico greco del quarto secolo avanti Cristo, che la descrisse minuziosamente, spiegando che riguarda soprattutto gli uomini e colpisce le donne solo dopo la menopausa; che si ammalano gli adulti, e generalmente chi non riesce a trattenersi da una sfrenata attività sessuale. Perché già allora la gotta veniva considerata una malattia dell'opulenza, che “segnava” i gaudenti e i licenziosi: «L'immagine tipica del gottoso è l'uomo in sovrappeso, con una bottiglia di vino in mano – spiega Carlomaurizio Montecucco, responsabile della Divisione di reumatologia al Policlinico San Matteo di Pavia –. In passato ciò era vicino al vero: la gotta infatti è associata a una dieta ricca di carni, insaccati, formaggi, dolci, ovvero a un'alimentazione che nei secoli passati e fino al secondo dopoguerra era appannaggio dei ricchi. Però conta anche la predisposizione genetica: ecco perché i casi di gotta si concentravano soprattutto in alcune nobili famiglie».

Libagioni e cibo a volontà innescavano la malattia, che i medici fino al diciannovesimo secolo pensavano essere pure colpa di incontenibili appetiti sessuali: gli attacchi dolorosi alle articolazioni, spesso dell'alluce, comparivano infatti di notte e all'improvviso, in più risparmiavano le donne. Ce n'era per credere che il problema fosse associato a qualche trauma procurato durante gli atti sessuali, ipotesi che ha creato non pochi imbarazzi ai Papi che si sono ammalati di gotta nei secoli (Giulio II, Clemente VIII, Innocenzo XI per citarne alcuni). Quanto alle cure, si brancolava nel buio: «A Costantinopoli, al tempo del Sacro Romano Impero, si usava l'estratto di una pianta, il colchico, per preparare clisteri lassativi. Si scoprì che questi riducevano i sintomi degli attacchi di gotta, ma non si poteva sapere che il merito era tutto della colchicina, una sostanza contenuta nella pianta – racconta Montecucco –. I medici di allora credettero che i miglioramenti dipendessero dall'effetto lassativo, perciò per secoli i gottosi sono stati curati con inutili purganti». L'unico ad aver avuto un sentore che pranzi fastosi e senza limiti fossero da bandire per mitigare la gotta fu il filosofo John Locke che, nel '600, consigliava di ridurre il consumo di carne per stare meglio.

Ma si dovrà aspettare la metà dell'800 perché venga scoperta la causa della gotta, che è dovuta a un accumulo di acido urico nel sangue: l'eccesso porta a formare cristalli di acido urico che si depositano nelle articolazioni, dando infiammazione e dolore. A metà '800 si capì che la colchicina ha un effetto antinfiammatorio e da allora si è impiegata per ridurre i fastidi degli attacchi di gotta, ma solo nel dopoguerra è finalmente arrivato un farmaco come l'allopurinolo, in grado di diminuire la produzione di acido urico e quindi tenere sotto controllo la malattia. Che oggi non è più una prerogativa dei ricconi, anzi: «Da qualche decennio abbiamo tutti un'alimentazione che facilita la gotta: con il cambiamento degli stili di vita la malattia non è scomparsa ma anzi, risulta in crescita – spiega il reumatologo –. Essendo tutti esposti a una dieta “pro-gotta”, oggi emergono soprattutto i casi in cui c'è una predisposizione genetica o un uso consistente di farmaci che possono provocare iperuricemia, ad esempio i diuretici che ostacolano l'eliminazione dell'acido urico. Così non a caso la dieta ormai non si considera più “curativa” per i gottosi, a meno di non scegliere regimi strettissimi che i pazienti non seguono affatto. Il vero problema della gotta, oggi? Essere ritenuta a torto una malattia “del passato”, per cui è di fatto dimenticata e poco diagnosticata». Secondo le ultime stime in Italia i gottosi sono circa l'1%, ma fra gli over 65 la quota arriva all'8%. Per di più la malattia sta cambiando volto perché sono sempre di più le donne che ne soffrono, soprattutto per l'ampio uso di diuretici: qualche tempo fa fu lanciato l'allarme ragazzine, perché molte usano questi medicinali per perdere peso. E sono cambiate anche le manifestazioni della gotta: se in passato gli attacchi tipicamente partivano dall'alluce oggi riguardano più spesso altre articolazioni, in parte perché siamo diventati più sedentari. «Il risultato è che nessuno, oggi, se si ritrova con un'articolazione dolente o arrossata pensa che possa trattarsi di gotta e fa un semplice esame del sangue per valutare l'uricemia nei giorni seguenti all'episodio. Purtroppo, perché è una malattia meno “benevola” di quel che si pensi: quando diventa cronica i dolori per gli attacchi diventano insostenibili, in più si associa a un maggior rischio di infarti, ictus, malattie renali. Riconoscerla e curarla, oggi che è possibile, è doveroso», conclude Montecucco.

Elena Meli
30 settembre 2011 10:27

da Corriere Salute

 

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