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L'ANARCHIA NELL'USO DEGLI ANTIDOLORIFICI

Tra chi soffre di dolore cronico, solo uno su quattro prende le medicine come dovrebbe
MILANO - Quasi un milione di test effettuati sulle urine di mezzo milione di malati statunitensi con dolore cronico ha svelato che l’aderenza alle prescrizioni del medico è molto scarsa, anche quando si tratta di oppiacei: soltanto nel 25 per cento degli esaminati infatti si è trovata la prova che le medicine vengono prese regolarmente, al dosaggio consigliato, senza aggiunte né riduzioni «fai da te». Tutti gli altri invece ne prendevano troppe (il 27 per cento) o troppo poche (il 15 per cento), cercavano di sopportare meglio il dolore assumendo sostanze non raccomandate dal medico (il 29 per cento) o addirittura illegali, come cocaina o amfetamine (l’11 per cento). Nel 38 per cento dei casi, addirittura, non si è proprio trovata traccia dei farmaci. «Non deve stupire che la somma di queste percentuali superi il 100» spiega Joseph Couto, farmacologo della Thomas Jefferson University di Philadelfia, in Pennsylvania, che ha coordinato il lavoro, pubblicato sulla rivista Population Health Management «perché in molti pazienti si sono riscontrate più di una di queste condizioni». Per esempio, è facile che chi non ce la fa con le dosi raccomandate, prima provi ad aumentarle di sua iniziativa e poi cerchi di aiutarsi con qualcos’altro.

IL TEST - Partendo dalla considerazione che l’uso degli oppiacei nella terapia del dolore è sempre più diffuso oltre che per il cancro anche per la cura di condizioni benigne come quelle reumatiche, l’American Pain Society ha prodotto nei mesi scorsi delle linee guida per indirizzare i medici a utilizzare questi medicinali nella maniera migliore anche in questi malati, destinati a cure molto prolungate nel tempo. Per evitare i rischi legati agli effetti collaterali di questi farmaci e al potenziale di abuso che è loro collegato, il documento raccomanda tra l’altro una selezione iniziale dei pazienti attraverso una valutazione condotta dal medico mediante un questionario prestabilito, seguita da esami delle urine periodici nei malati considerati a maggior rischio di abuso ed eventualmente anche negli altri. «I risultati della nostra indagine confermano che occorre seguire questi malati più da vicino, controllando che prendano le medicine secondo lo schema previsto» sostiene il farmacologo di Phiiladelfia.

IN ITALIA - «In Italia screening di questo tipo non sono previsti » commenta Francesco Bassi, primario del Servizio di anestesia e rianimazione dell’Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo, che da alcuni mesi fa parte dell’Azienda Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano e dove si trova un efficiente ambulatorio di terapia del dolore. «D’altra parte non penso che siano fattibili dal punto di vista economico e organizzativo in tutti i portatori di dolore cronico, né forse sarebbero così utili. Il vero riscontro della cura è il sollievo dal dolore, non l’esame delle urine. La risposta individuale è imprevedibile e può dipendere da molti fattori, anche ambientali e psicologici. Piuttosto che indagare se il malato si attiene alle prescrizioni del medico, occorre piuttosto che sia il medico ad andare incontro al malato accertandosi che la cura serva, eventualmente aumentando le dosi o passando ad altri medicinali più forti». Nei dati raccolti dagli studiosi americani però non si parla solo di abusi, ma anche, al contrario, di una percentuale che sfiora il 40 per cento che sembra proprio non prendere le medicine. «Un risultato come questo non mi stupirebbe neppure in Italia» prosegue Bassi, «dove nonostante le campagne degli ultimi anni a favore della terapia del dolore persiste nella gente, ma anche nei medici, il timore di utilizzare gli oppiacei, o di farne abuso». Quando invece il dolore c’è, e condiziona la qualità della vita, il loro utilizzo sotto il controllo del medico è più che giustificato.

Roberta Villa
04 settembre 2009

da Corriere Salute

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