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LA VITA DI JOYCE: L'ODISSEA DI UN PAZIENTE "IMPOSSIBILE

Lo scrittore irlandese condusse una vita sregolata e cambiò ben 35 medici, di cui però non ascoltava i consigli.

MILANO -Un'Odissea clinica. Così è stata definita la vita di James Joyce, il grande romanziere irlandese che vanta la produzione del testo ritenuto da molti il più illeggibile della storia, il poderoso Ulisse. Un titolo e un'ispirazione omerica forse scelti non a caso, visto che anche l'autore è stato protagonista di un triste peregrinare durante tutto l'arco della sua esistenza. Non però fra le strade di Dublino, come il protagonista dell'Ulisse Leopold Bloom, né tantomeno sugli epici mari della Grecia antica, come l'Odisseo-Ulisse di omerica memoria. Joyce vagò per tutta la vita da un medico all'altro, nella vana speranza di trovare un sollievo ai molti guai di salute che lo afflissero: fu in cura da ben 35 diversi dottori, ma è stato il paziente che nessuno di loro avrebbe mai voluto avere.

VITA SREGOLATA - Perché pure nella vita vera, e non solo quando scriveva pagine ardue da comprendere ai più, James era un tipo difficile: vita sregolata, cattive abitudini, la pervicace tendenza a non dare ascolto ai buoni consigli e l'assoluta indifferenza per le raccomandazioni mediche. Luca Ventura, anatomopatologo dell'Ospedale San Salvatore de L'Aquila, ha scritto un saggio sulla storia clinica di Joyce e osserva: «Sicuramente molte delle malattie che lo colpirono erano difficili da curare con i mezzi limitati della medicina dei primi del '900, ma è altrettanto vero che parecchie complicazioni avrebbe potuto evitarsele con quella che oggi chiameremmo una maggiore “aderenza” alle cure e ai consigli dei medici». Come in ogni vita travagliata che si rispetti, le avvisaglie di guai in vista si potevano già cogliere quando James era un bambino e poi un adolescente. I primi occhiali da vista da miope li inforcò infatti a sei anni, nel 1888, e da allora iniziò la lotta contro problemi oculari man mano più pesanti che lo lasciarono quasi cieco; a quattordici anni spese in un bordello i suoi primi guadagni, ricavato di premi scolastici, assecondando una “passione” per le prostitute che lo accompagnò tutta la vita procurandogli più di una malattia venerea. Furono proprio i disturbi alla vista e le infezioni, che gli procurarono una specie di infiammazione generalizzata permanente, i due nemici contro cui Joyce lottò a lungo. I primi sintomi si fecero sentire ad appena vent'anni: mentre Joyce viveva da bohémienne a Parigi, fra sbornie e donne di malaffare, accusò stanchezza e dolori probabilmente dovuti a una malattia venerea. Ma la vera odissea cominciò nel 1905, quando la vista ebbe un calo repentino: a maggio Joyce divenne temporaneamente cieco, gli occhi gli facevano male, a tutto questo si aggiunsero dolori di stomaco e alla schiena che lo lasciarono prostrato per mesi.

I REUMATISMI - I medici diagnosticarono una “febbre reumatica” e secondo Ventura «l'ipotesi più probabile è che i ripetuti episodi di natura infiammatoria che hanno costellato la vita dello scrittore siano da attribuire a un'artrite reattiva o una spondilite anchilosante. Malattie con una componente genetica e autoimmune che possono essere innescate da un agente patogeno esterno e comparire ad esempio proprio dopo una malattia venerea». Queste patologie reumatologiche infatti possono avere conseguenze oculari analoghe ai disturbi di Joyce che, nel 1917, esplosero con violenza. I dolori agli occhi che lo avevano sempre afflitto, prima all'occhio destro e poi a entrambi, si fecero insopportabili a causa di un'infiammazione estesa dell'iride, complicata dal glaucoma; fu necessario il primo di una serie di interventi chirurgici (ben undici in totale), ma gli strumenti operatori di allora lasciavano a desiderare e la vista di Joyce continuò a calare inesorabilmente. L'infiammazione generale intanto non gli lasciava pace: intorno ai quarant'anni, negli anni venti, soffriva di mal di schiena e artrite come un settantenne e dovette affrontare l'estrazione totale dei denti. Il suo nuovo (ennesimo) oculista infatti pensava che in questo modo avrebbe eliminato l'infiammazione provocata dalle numerose carie e risolto così pure i guai agli occhi e l'artrite. Non accadde, anche perché il ribelle e anticonformista Joyce non faceva nulla per preservare la sua salute e non ne voleva proprio sapere di arrendersi a una vita morigerata: nonostante avesse ormai una famiglia e figli con l'amata moglie Nora, continuava a frequentare bordelli (e i germi che ci trovava), a bere alcol a volontà, a mangiare poco e male. E non si presentava ai controlli, diventando la croce del suo ultimo oculista e maggior chirurgo oftalmico dell'epoca, il professor Alfred Vogt. Joyce arrivò da lui quasi cieco, alla fine degli anni '20; Vogt lo operò, sollecitando poi visite di controllo regolari che lo scrittore disattese sistematicamente per due anni. Finché nel 1932 la situazione precipitò: il nervo ottico e la retina dell'occhio destro risultarono quasi atrofizzati e Vogt stavolta non mollò la presa sul suo recalcitrante paziente. Joyce, ormai consapevole che la sua vista era del tutto compromessa, capì che avrebbe dovuto dar retta al suo medico e si pentì amaramente di non averlo fatto prima.

I «NERVI» - Gli eventi che portarono alla morte dello scrittore, però, fanno capire che la lezione era ben lontana dall'essere capita davvero fino in fondo. Dai vent'anni in poi Joyce, oltre ad affrontare vicissitudini oculistiche, problemi dentali, artrite e mal di schiena cronici, soffrì anche di dolori addominali ricorrenti che quasi di certo erano provocati da un'ulcera e aggravati dal suo stile di vita (spesso, in gioventù, digiunava anche due giorni di fila perché non aveva soldi per il cibo). Qua, purtroppo, ci misero lo zampino medici non troppo zelanti secondo cui i problemi gastrointestinali erano tutta questione di “nervi”, per colpa dell'indubbio caratteraccio di Joyce. Lui perciò credette che fossero disturbi psicosomatici e li trascurò per anni finché nel 1939 i dolori si ripresentarono, fortissimi. Inesorabilmente incapace di imparare dall'esperienza, Joyce non fece le radiografie prescritte e con l'arrivo della guerra si stabilì in Svizzera, a Zurigo. Qui, la sera del 9 gennaio 1941, un nuovo attacco di dolori insopportabili: il medico gli prescrisse morfina per riposare, ma il giorno dopo Joyce fu ricoverato in ospedale e operato d'urgenza. Peritonite, dovuta a un'ulcera gastrica trascurata. Joyce, nonostante l'intervento, entrò in coma e morì, il 13 gennaio. Fino all'ultimo, nonostante abbia disseminato i suoi lavori di riferimenti alle malattie, si rifiutò di curare davvero se stesso.

Elena Meli
22 maggio 2011
da "Corriere Salute"

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