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LA VITAMINA D PEGGIORA LE MALATTIE AUTOIMMUNI?

Ipotesi controcorrente di un ricercatore australiano.
I batteri sarebbero i veri responsabili di molte patologie autoimmuni e la vitamina ne favorirebbe lo sviluppo

MILANO - È quello che si dice un'ipotesi controcorrente: secondo Trevor Marshall, della Murdoch University in Western Australia, la vitamina D potrebbe acuire i sintomi delle malattie autoimmuni anziché ridurli. È stato provato, infatti, che un deficit di questa vitamina si associa a patologie come la sclerosi multipla, il diabete di tipo uno o il lupus eritematoso: secondo le tesi accettate dalla maggioranza degli studiosi la carenza può facilitare l'insorgenza della malattia autoimmune, di conseguenza assicurarne un giusto apporto migliora le condizioni dei malati. Stando a Marshall è vero l'esatto contrario: il deficit sarebbe un esito e non la causa della patologia; addirittura, dare vitamina D ai malati, secondo l'australiano, nel lungo termine potrebbe perfino peggiorarne i sintomi.

REVISIONE – Il ricercatore pubblica le sue osservazioni sulla rivista Autoimmunity Reviews, partendo da un dato di fatto: la vitamina D è un omone simile ai corticosteroidi e come questi può avere effetti a breve termine di riduzione dell'infiammazione, mentre nel lungo periodo rischia di peggiorare le cose. Facciamo un passo indietro, e cerchiamo di chiarire che succede quando la vitamina D arriva sul suo bersaglio, il recettore nucleare per la vitamina D (VDR). Quando la vitamina “schiaccia l'interruttore” VDR, non si attiva solo il metabolismo del calcio come si ipotizzava una volta, bensì si può iniziare la trascrizione di almeno 913 geni diversi. Fra questi anche geni che portano a una riduzione della risposta immune: ciò, secondo le teorie che vanno per la maggiore, aiuta a contenere la risposta immunitaria “eccessiva” tipica di una patologia autoimmune. Secondo Marshall, invece, questo darebbe il via alla replicazione di batteri, a oggi sconosciuti, che sarebbero la reale causa delle malattie autoimmuni.

BATTERI – Tutto si spiegherebbe con quello che l'australiano chiama “l'epidemiologia da scatola nera”: gli studi sul microbioma umano, cioè sul complesso di batteri che normalmente vivono sulla nostra pelle e nel nostro organismo, hanno rivelato che il 90 per cento delle nostre cellule non è umano, ma si tratta appunto di batteri. Miliardi e miliardi di “coinquilini”: qualcuno di questi, lasciato proliferare indisturbato, potrebbe provocare quelle che oggi chiamiamo malattie autoimmuni ma che in realtà sarebbero più simili a infezioni croniche, viste in questa ottica. La vitamina D diminuirebbe nel breve termine l'infiammazione provocata da questi batteri ignoti ma nel lungo periodo, riducendo la capacità di risposta immune, consentirebbe loro di moltiplicarsi più facilmente, dando un peggioramento dei sintomi della patologia autoimmune (o forse sarebbe meglio chiamarla infezione, a questo punto). Ma la carenza di vitamina D che si riscontra in tutti i pazienti con malattie autoimmuni, come si spiega? Se i batteri eventualmente responsabili di queste patologie trovano spazio proprio grazie alla vitamina D, pare difficile conciliare questo con il deficit di vitamina nel sangue dei malati. «I batteri patogeni modificano l'attività del recettore VDR, e in risposta a questo c'è una riduzione dei livelli di vitamina D. In questo senso fornire supplementi di vitamina D ai pazienti non solo è controproducente, ma perfino dannoso perché rallenta la capacità del sistema immunitario di combattere i batteri», è la risposta del ricercatore australiano.

CARENZA – Fantamedicina? Forse. Proviamo a fare chiarezza chiedendo un parere a Maurizio Cutolo, direttore della Clinica Reumatologica del Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Genova, che da anni studia il ruolo della vitamina D nelle malattie autoimmuni e nella risposta immunitaria: «La vitamina D non riduce le difese, anzi stimola la produzione di sostanze antibatteriche e fin dal passato viene usata per la sua azione batteriostatica: basti pensare all'esposizione al sole che si consigliava oltre un secolo fa ai malati di tubercolosi – dice l'esperto –. Non è perciò sicuramente pro-batterica. Semmai è possibile che un eccesso di vitamina D, in una persona senza deficit, dia una sorta di “immunosoppressione” non voluta e non necessaria: la vitamina diminuisce la produzione di molecole importanti per la risposta immunitaria, in un soggetto senza carenze specifiche un apporto esagerato potrebbe ridurre la capacità di risposta immune. In tutti i pazienti con malattie autoimmuni si riscontra una carenza di vitamina D e in molti casi supplementi di vitamina fanno ormai parte della cura, ad esempio per la sclerosi multipla; oggi, inoltre, alcuni dati indicano che la supplementazione possa perfino prevenire la comparsa di certe patologie autoimmuni». Succede in bambini a rischio di diabete di tipo uno: dare loro vitamina D fin dalla tenera età riduce il rischio di comparsa della malattia. Tutti elementi (per cui ci sono le prove nella pratica clinica) che sembrano cozzare con l'ipotesi alternativa di Marshall, a oggi poco accreditata dalla maggioranza degli esperti: resta da vedere se, con il progresso delle conoscenze, il ricercatore sarà ricordato come un medico che ha sbagliato un'interpretazione o come il primo ad aver intravisto una nuova verità.

Elena Meli
15 maggio 2009

Fonte: http://www.corriere.it/salute/reumatologia...44f02aabc.shtml

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