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LE BASI GENETICHE DELLA MALATTIA DI PAGET

Un team internazionale amplia le conoscenze sugli aspetti genetici di questo diffuso disturbo del metabolismo osseo
MILANO- E’ sempre più evidente il ruolo della genetica nello sviluppo delle forme famigliari della malattia ossea di Paget, un diffuso disturbo del metabolismo osseo che in Europa affligge circa il 2 per cento della popolazione sopra i 55 anni. Accanto al gene sequestosoma (SQSTM1), responsabile del 40% delle forme familiari, sono stati identificati 7 nuovi loci nel genoma umano che spiegano un ulteriore 13% dei casi familiari. La nuova ricerca internazionale, che ha visto la partecipazione di diversi gruppi di scienziati italiani, è stata pubblicata di recente sulla rivista Nature Genetics

IL RUOLO DEI GENI - I ricercatori hanno esaminato il profilo genetico di 2.215 pazienti affetti dalla patologia di sette nazionalità diverse (tra cui quella italiana) e di 4370 soggetti sani. Questa ampia analisi genetica ha permesso di identificare sette nuovi loci genici (CSF1, OPTN, TNFRSF11A, TM7SF4, PML, RIN3, NUP205) associati alla malattia. «Questo risultato segna un grande passo avanti perché aumenta le possibilità di individuare i portatori della malattia – fa notare la professoressa Maria Luisa Brandi, direttore dell’Unità Operativa Malattie del Metabolismo Minerale e Osseo dell’Ospedale di Careggi di Firenze, che, con la sua equipe ha preso parte allo studio -. L’individuazione precoce dei soggetti portatori di mutazioni genetiche permette di intervenire precocemente con farmaci in grado di contrastare lo sviluppo di lesioni ossee irreversibili. Nelle malattie a progressione lenta come il morbo di Paget, che non saremmo in grado di riconoscere se non a danno avvenuto, una diagnosi precoce seguita da un intervento altrettanto tempestivo può veramente fare la differenza». In questa ricerca tecnologicamente molto avanzata si è rivelato fondamentale il ruolo dell’Italia e dell’equipe dell’Ospedale di Careggi, sostenuto dalla FIRMOFondazione Raffaella Becagli, che ha lavorato per anni per collezionare le famiglie italiane affette dal morbo di Paget.

LA MALATTIA - La malattia di Paget causa lesioni ossee diffuse a vari segmenti scheletrici, che, se non curate, portano a danni articolari e fratture, oltre ad aumentare l’incidenza di osteosarcomi. Le ossa più frequentemente interessate sono quelle del cranio, della schiena e degli arti inferiori. L’aumentato volume delle ossa colpite può provocare l'ingrossamento e la deformazione del cranio e la compressione di nervi. Le ossa, più fragili e molli, tendono a incurvarsi o a fratturarsi più facilmente. «La malattia si può presentare in due forme: la sporadica, che è la più diffusa e non sembrerebbe avere una base genetica, e la famigliare, nella quale invece la genetica riveste un ruolo importante – puntualizza Brandi -. In presenza di una familiarità la possibilità di una diagnosi genetica precoce cambia radicalmente la prognosi. Presso i nostri laboratori sono già attivi gli screening genetici sia sul sequestosoma sia sui nuovi loci individuati e ci giungono campioni di pazienti provenienti da tutta Italia. I pazienti in cui individuiamo queste varianti genetiche vengono tenuti sotto controllo con regolarità e nel momento in cui si individuano i primi segnali della malattia, tra cui l’aumento dei livelli di fosfatasi alcalina ossea (un enzima coinvolto nel rinnovamento delle cellule ossee), instauriamo un trattamento specifico a base di bifosfonati per inibire l'attività di riassorbimento osseo».

LA DIAGNOSI – Nonostante l’ampia diffusione, la malattia di Paget viene ancora troppo spesso diagnosticata con grande ritardo, magari perché confusa con altre malattie come l'iperparatiroidismo e alcuni tumori. In alcuni casi la malattia viene scoperta incidentalmente sulla base di esami radiologici o di laboratorio eseguiti per altre ragioni. Gli aspetti radiologici caratteristici sono l'aumentata densità ossea, l'architettura alterata, l'ispessimento della corticale, l'incurvamento e l'accrescimento esagerato. I principali test di laboratorio utili per la diagnosi sono la fosfatasi alcalina ossea e l’escrezione urinaria di piridinolina cross-link (in entrambi casi un aumento può essere indice della malattia). La scintigrafia ossea viene utilizzata per identificare i distretti affetti. Gli screening genetici per ora sono possibili sono in pochi centri di eccellenza, ma in futuro è probabile un loro allargamento viste le importanti ricadute nella gestione della malattia.

Antonella Sparvoli
25 giugno 2011
da "Corriere Salute"

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