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MEETING A.I.R.A. O.n.l.u.s. 2008 5° PARTE

MEETING A.I.R.A. O.n.l.u.s. 2008  5° PARTE - MALATTIE REUMATICHE

ASPETTO GENERALE A LIVELLO PSICOLOGICO DELLE PATOLOGIE CRONICHE
DOTT. GARBAGNOLI MASSIMO (PAVIA)

Vi dico che non ho verità da svelarvi, anche perché ne sapete più voi di come si vive un certo tipo di malattia, di cronicità; quello che penso invece di poter fare, è dire due parole per rompere il ghiaccio.
 
 Ieri sera ho avuto modo di conoscere buona parte di voi, avevo già preparato un mio discorso, ma dopo l’incontro che citavo ho messo da parte ciò che avevo scritto e stamattina ho scritto alcuni appunti. Per cominciare penso che uno psicologo che trovi il coraggio per lavorare e stare, con  chi ne sa più di lui deve essere in gamba, quindi per lavorare con i malati cronici ci vuole un bel coraggio secondo me: perché ognuno, me ne rendevo conto ieri, ha il suo modo di vivere la malattia e penso che sia un modo insindacabile.
Non penso che si possa dire “tu fai bene o tu fai male a fare così”. Spesso lo psicologo “bestia strana”, non so chi di voi ha avuto già rapporti di lavoro con un psicologo? Viene visto come una persona che magari moralizza un po’, che vi dice come bisogna fare, che spiega come vivere certe cose; non è inusuale sentirmi dire “dottore mi dia consigli”. L’Università non ci prepara a dare delle risposte, ci prepara invece ad ascoltare ed a capire, ma cosa?
Come noi, voi; chi si presenta in studio vive il rapporto con la sua realtà, perché la testa fa quello che vuole.
 
Ieri dicevo! e ci credo: che siamo un corpo mente, al di la di quello che diceva Cartesio che naturalmente non siamo qua a smentire; ma quello che succede da una parte ha degli effetti dall’altra.
 
Facciamo un incidente in macchina prima di una galleria, e subentra una fobia delle gallerie per cui non vogliamo più entrarci; non funziona per tutti così, gli Americani che sono bravissimi a dare dei nomi hanno tirato fuori il PTSD (Posttraumatic stress disorder) che viene ad alcune persone dopo un evento importante, quello che normalmente chiamo il trauma dopo un incidente.
 
In un disastro ferroviario alcuni rimangono ovviamente traumatizzati, altri stanno benissimo ed affrontano la cosa come un’esperienza particolare. E’ altamente soggettivo, perché la testa fa quel che vuole, ha dei suoi funzionamenti, c’è chi vive bene con un certo dolore, e chi lo vive malissimo. Chi lo affronta, chi si chiude, chi si deprime; poi in seguito bisogna vedere se è depresso o se è incavolato, perché c’è una bella differenza, e chi dice invece, bene….cerchiamo cose nuove, inventiamo associazioni, troviamo qualcosa di nuovo.
 
Per comprendere che esiste una situazione determinata dal corpo e dalla mente occorre avere un certo peso, cioè il peso che ha la testa; ovviamente cerco di spiegare questa parte che è associata ai miei studi.
Il dolore come è letto dalla mente? E’ tanto? È poco? È insopportabile? È tollerabile? Vi dico perché ho rivisto le cose che volevo dire ieri, perché ho incontrato delle signore che dicevano “le due ore che sto con i nipoti non sento niente”; certo il fisico è quello, la malattia pure; altra situazione invece è quella in cui non si riesce a distrarsi dal dolore e questo rimane, ci concentriamo su questo e ci sentiamo schiacciare, siamo depressi, non riusciamo ad affrontare la vita, non riusciamo ad andare avanti, facciamo una fatica incredibile, stiamo male.
Facevo l’esempio dell’incidente per dirvi una cosa grossa, fisica che magari danneggia il corpo, che ha un effetto sulla testa, per cui non vorremmo vedere delle gallerie, e fino a che abitiamo in Emilia Romagna possiamo permettercelo, ma pensare di abitare a Genova e non volere affrontare una galleria diventa un problema.
 
Un altro esempio di quando la testa ha effetto sul corpo devastante è l’anoressia, credo ne abbiate già sentito parlare; ci sono persone che decidono di mangiare poco o niente, per cui ecco che c’è un rapporto un pochino più forte sulle cause effetto, dove la testa va ad influire sul corpo e lo rovina, porta addirittura alla morte, non che lo voglia il corpo, è la testa che si impone.
Comunque la parte più psicologica importante la vediamo come le persone si rapportano alla realtà; faccio un esempio: 
 
Ho un problema di varicocele, vado in moto, mi fa un male terribile, però sono spaventato ad andare dal medico….spaventatissimo. Non posso io psicologo dire a questa persona, che deve andare. Capisco che nella nostra vita noi mettiamo delle negazioni, dei veli sulle cose, non le vogliamo vedere; questa non è una cosa da poco; pensate di muovervi dentro questa stanza, pensando che le sedie non ci sono; è difficile arrivare indenni a fondo stanza. Però la testa nella nostra vita fa queste cose. Alcune cose non ce le fa vedere, altre volte dice, “mamma mia quante sedie, sto fermo qua”. Qui tutti noi siamo in balia di questi nostri pensieri. Spesso c’è un effetto che portano le persone che vengono a parlare con me e che sono “ma a me viene da far così”, quasi come essere vittima di un pensiero, sono vittima del fatto che secondo me ci sono troppe sedie, per cui non mi muovo, sto a letto, non esco, ho la mano di un certo tipo “del depresso”.
Ieri ho dato la mano ad una persona che diceva di essere depressa e secondo me quella non è una mano di una persona depressa, i depressi hanno delle mani particolari, al di la della malattia che ha.
 
Sento parlare spesso di depressione, “dottore sono depresso” “accidenti non si può vivere così, mi sento depresso” io questa la definisco arrabbiatura, non è depressione. Una persona che è in una situazione del genere e prende un farmaco antidepressivo, che vuol dire “eccita un po” perché l’antidepressivo tira un po su, essendo incavolata diventa incavolata il doppio, capita!! non tutti riescono a riconoscere dove sta la depressione. Spesso si usa la depressione per dire “sono un po giù”, “non riesco a trovare una soluzione”, ma quella è un’altra cosa; il depresso sta a letto, ha dei segni di un certo tipo, gli interessati non si sentono chiamati in causa necessariamente.
 
Non è che se uno non trova soluzioni nella vita si deve sentire depresso. Le situazioni purtroppo vengono viste purtroppo come individuali, singole, noi abbiamo un problema, siamo noi che abbiamo questo problema. Ieri l’ho anticipato, parlavo della copia.  TRONIC, LACAN, ECC. lavorano pensando che esiste un’espansione di aria della coscienza ovvero, le cose noi non le conosciamo da soli, è stando con gli altri che conosciamo, capiamo certe cose, non certamente soli le risolviamo. Così come il dolore; è una percezione privata e abbiamo una percezione mancante quando siamo con i nipotini. Andiamo dal medico che ci capisce, in quella mezz’ora di colloquio stiamo bene, usciamo e cominciamo ad avere il dolore.
E’ troppo semplice ed ingannevole, pensare che noi siamo delle individualità uniche,
che giriamo per il mondo con le nostre sofferenze e che siamo soli; ci sentiamo soli, ma non siamo soli. Non abbiamo nessuno intorno ci sentiamo soli.
C’è chi si sente soli anche in gruppo, “I DEPRESSI” sono in compagnia e si sentono soli, questo non è poca cosa.
 
Mi rifaccio a ciò che diceva Stefano: sul forum molti chiedono, “io sono preoccupato per i miei” “,loro sono preoccupati per me” , “con il marito ci sono certi problemi, con la moglie altri”, tenere conto che siamo un corpo e una mente è il primo passo, e vedere che il fisico ha qualche problema, forse vale la pena di dare un’occhiata anche alla testa.       
Secondo passo, non siamo soli, viviamo in una casa con un bellissimo marito, che ci vuole bene, farebbe tutto per noi; noi soffriamo, viene con noi dal medico, quando ci occupiamo del corpo, perché non fa due passi con noi dallo psicologo o dal psicoterapeuta? Così vediamo se c’è qualcosa che possiamo fare insieme?
 
Ci sono situazioni che sono più polarizzate su un versante, ovvero persone che hanno più questioni personali da mettere a posto, ma non è sempre così; ci sono invece situazioni dove in due si può far qualcosa. Facevo ieri l’esempio: ragazzo-ragazza lui che ha una necessità incredibile, di rispondere a tutte le richieste della sua ragazza e non solo, anche di tutti gli altri. In famiglia questa necessità, puramente psicologica crea un’ansia incredibile, perché quando la moglie dice “non sto bene”, il marito non sa più che fare. Si alza così il livello di agitazione tra i due.
In questo caso può essere utile la discussione tra le due persone; mentre parlavo mi è venuta in mente questa cosa.
Eckman (lavora con i bambini) ha dimostrato che una particolare espressione del viso della mamma è correlata all’attivazione del bambino per quanto riguarda il sistema autonomo. Infatti vede che si assume una particolare espressione facciale dell’altro quando si arriva a condividere una particolare emozione. Ci si guarda in faccia e si arriva a condividere una particolare emozione, questo stimola attività vegetative corrispondenti. Tutta la storia dei neuroni specchio che sono stati trovati, ci si guarda in faccia e si attivano cose simili all’altro. Molte persone vengono da me perché dicono che non ho la faccia da psicologo, e sinceramente non ho ancora capito com’è la faccia dello psicologo. Molto probabilmente si aspettano ciglia lunghe, scrivanie importanti, ecc
C’è un lato umano del quale non ci possiamo fare niente, che viaggia anche a livello fisiologico, che non percepiamo, che è sotto la soglia di coscienza, ma c’è. La serenità la tranquillità serve anche ai fini del rapporto con l’altro, quando noi diciamo che alcune persone restano, altre no, sono tutte cose dette, l’attivazione fisiologica. La nostra testa interviene solo in alcuni momenti pesantemente, altre volte lascia fare. Ha però un viziaccio terribile la nostra testa che è quella di catalogare e oggettivare, abbiamo la necessità incredibile di avere le cose chiare e definite. Ciò che il paziente non comprende di se di cui non riconosce un significato proprio lo trasforma in un pezzo di realtà la fuori. Ve lo dico in un modo semplice: abbiamo delle paure, ci sono delle parti di vita nostre, in cui non ci siamo espressi direttamente che incominciamo ad avere delle paure. Pensiamo ad esempio che non saremo curati bene. Temiamo di non essere capiti dal mondo, che i colleghi non ci guardino più in faccia, che ci considerino delle persone ignobili; questa è una tendenza della nostra testa, a spostare qualcosa che non abbiamo capito noi, fuori, ne deriva viceversa, che quando ci danno delle diagnosi chiare, noi diciamo “che bello”, ma questo non è la previsione del futuro. Almeno, se qualcuno qui in sala, ha la palla di cristallo e può dirmi cosa succederà domani ne sarei contento, è una possibilità sono dei calcoli statistici. Quando noi siamo disperati, quando tutto è fuori schema, quando tutto non è chiaro, qualcuno ci dirà “funzionerà così”, largo spazio alla cartomanzia.
Sentirci dire che i problemi della casa ci sono, ma si risolveranno presto ci rasserena, ci si sente sollevati. Guardate che ci sono dei trucchi che utilizza la nostra testa e di cui noi siamo vittime non consapevoli, se fosse il contrario saremmo noi a decidere che fare e nella nostra vita; sappiamo tutti che non è semplice prendere delle decisioni.
 
E’ facile dirsi “io ho una malattia e non sono malato”, questo “IO” implica che ci si riconosce malato e che si è infastiditi da qualcosa, implica anche una ricerca serena alle soluzioni, di attività di cose da fare. Percepire un distacco tra noi e quello che abbiamo, è paradossale, ma può essere che succeda. Ho questa cosa, ma non me la sento come mia, ecco che escono delle negazioni. Non vado dal medico, non prendo i farmaci anche se me lo dicono, non vado a farmi fare delle diagnosi, lascio li la cosa, tanto si vede poco.  
 
E’ difficile dirsi che noi siamo quelli che siamo. La nostra testa ancora una volta fa quello che vuole, pensa alla vita, pensa al futuro e dice: Avrò una moglie, dei figli, un lavoro sereno, possibilmente una bella casa, figli tanti e bravi, poi guardo la realtà intorno a me e dico: non è come immaginavo la mia vita, non sono nella favole del mulino bianco e da qui metteteci tutta la depressione, tutto il disagio, tutto il malessere ed i fastidi.
E’ difficile e lo riscontro tutti i giorni, dirsi nella vita “noi siamo quello che siamo”, ne più ne meno, e di questo ce ne facciamo carico. Non vederla così e correre dietro ai nostri pensieri fa piacere, ma ha dei costi nella vita spaventosi. Per questo dobbiamo lasciar perdere quello che si poteva avere ed occuparci di noi.
Per questo non è che ci si cura dallo psicologo o dallo psicoterapeuta, ma si parla e si cerca di diventare padroni delle proprie cose, in modo di non lasciarle più scappare di mano. Ve lo dico perché lo psicologo a volte viene tenuto a distanza, e non lo si vuole toccare neanche con la canna da pesca, si pensa che è il medico dei malati di testa, ci vanno quelli deboli i matti. Io lavoro a Milano, in uno studio e la gente è contenta di venire al 4° piano in una palazzina anonima, perché sono riusciti a non farsi vedere dai vicini.
 
Dallo psicologo ci si deve andare per capire un cosa che in quel momento vuoi accantonare, ma che vorresti vederla meglio. Lo psicologo da la possibilità al malato di appropriarsi della propria vita, e di vivere ad un livello diverso da prima: Si attivano, è automatica un’attivazione nel momento in cui si prende coscienza di se stessi annullando le negazioni. E’ facile accantonare, l’essere umano lo fa normalmente. Fare finta di non aver una malattia ci può far sentire meglio nel breve non nel lungo periodo. Una malattia cronica non diagnosticata non è la migliore cosa per un essere umano.

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