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PERCHE' L'ARTRITE TIENE A CASA

Il motivo non è solo il dolore. Molte assenze sono dovute alle giornate spese per recarsi nei centri specializzati
MILANO - E’ difficile essere perseveranti al lavoro, dopo una diagnosi di artrite reumatoide. Lo dimostra uno studio condotto in Svezia da un gruppo di ricercatori delle Università di Linköping di Jönköping, due città nel sud del Paese. «Abbiamo preso circa 120 pazienti tra quelli che partecipano allo studio «TIRA», una grande indagine epidemiologica che riguarda i malati di artrite reumatoide in Svezia» racconta Mathilda Björk che ha coordinato il lavoro. «Ci siamo poi informati su quanti giorni di assenza dal lavoro per malattia avessero fatto nei tre anni precedenti e nei tre anni successivi alla diagnosi». I dati così raccolti sono stati poi messi a confronto con quelli di altre persone dello stesso sesso (sette su dieci erano donne), della medesima età e abitanti nella stessa città, ma senza l’artrite.

I DATI - Come si poteva prevedere, mentre nei primi due anni presi in considerazione non c’erano differenze tra i due gruppi, negli ultimi sei mesi prima che la malattia venisse identificata i malati avevano fatto molti più giorni di malattia rispetto ai concittadini sani, in media dal 30 al 50 per cento in più. «Meno ovvio è che questa frequenza di astensione dal lavoro si sia mantenuta nei tre anni successivi, quando, grazie alle medicine, l’attività della malattia veniva rallentata e il grado di disabilità ridotto». La considerazione tuttavia non vale per tutti: a restare a casa più spesso sono state le stesse persone che già si erano assentate di più dal lavoro prima di scoprire l’origine dei loro disturbi, o per una minore tolleranza al dolore, o perché già con una forma più grave della malattia. «Infatti un altro fattore che incideva sui risultati era il grado di disabilità registrato un anno dopo la diagnosi» precisa la ricercatrice scandinava.

NON SOLO DOLORE - «Molte assenze comunque non dipendono solo dalla presenza del dolore» commenta Antonella Celano, presidente dell’ANMAR, l’Associazione Nazionale Malati Reumatici. «Spesso, anche se la malattia non è in fase acuta, si perdono giornate di lavoro per recarsi nei centri specializzati per visite e controlli, senza contare l’attività di riabilitazione, che è fondamentale per ridurre la disabilità». Lo studio svedese ha messo in evidenza che anche il tipo di lavoro svolto è un fattore importante per prevedere quanto il paziente starà a casa negli anni successivi alla diagnosi. E’ chiaro infatti che ci sono attività intellettuali più facilmente praticabili anche in condizioni di forma fisica non ottimali e altre pesanti e manuali in cui i limiti imposti dalla malattia sono più vincolanti. «Per questo, quando a una persona viene diagnosticata una malattia reumatica cronica grave e invalidante» aggiunge Celano, «suggeriamo all’azienda di cercare, se possibile, un cambio di mansioni». In questo modo anche il malato potrà tenere più facilmente fede all’impegno quotidiano

Roberta Villa
19 maggio 2009

Fonte: http://www.corriere.it/salute/reumatologia...44f02aabc.shtml

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