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UN CAVALLO DI TROIA PER L'ARTRITE REUMATOIDE

Una molecola che spinge all’autodistruzione i macrofagi..............
MILANO - Uno studio statunitense pubblicato su Arthritis & Rheumatism propone un nuovo approccio per la cura dell’artrite reumatoide, malattia invalidante che comporta una degenerazione progressiva della cartilagine delle articolazioni e colpisce in Italia circa l’uno per cento della popolazione adulta. I ricercatori hanno infatti sviluppato una molecola che spinge all’autodistruzione i macrofagi del sangue, cellule che, proliferando in modo incontrollato, generano l’infiammazione cronica che sta alla base del processo patologico. Iniettata in animali da esperimento, la molecola ha dimostrato di poter penetrare come un cavallo di Troia all’interno delle cellule bersaglio, provocandone la morte.

LO STUDIO - «Nel 75 per cento degli animali trattati la malattia si è fermata» ha riassunto Harris Perlman, il medico della Northwestern University di Chicago che ha coordinato il gruppo di ricercatori; «ma soprattutto, non abbiamo rilevato segni di tossicità». La proliferazione incontrollata dei macrofagi a livello delle articolazioni è tipica dell’artrite reumatoide, mentre in condizioni normali queste cellule vanno incontro spontaneamente all’autodistruzione (o apoptosi), dopo aver svolto il loro ruolo di difesa dell’organismo. I ricercatori statunitensi hanno scoperto che a causare questa anomalia è la carenza di una proteina chiamata Bim, e hanno quindi sintetizzato in laboratorio una molecola che ne imita l’azione. «Siamo convinti che questo studio possa aprire una nuova strada per la cura dell’artrite reumatoide» ha commentato il Perlman.

PROSPETTIVE - «Per arrivare a una terapia per l’uomo occorreranno però ancora otto-dieci anni». Attualmente sono disponibili altre medicine che sfruttano i meccanismi biologici della malattia, con l’obiettivo di rallentarne la progressione, e che si somministrano quando gli antinfiammatori, gli steroidi e i farmaci antireumatici non danno un esito soddisfacente. Anche le medicine di più recente approvazione però non funzionano sempre; inoltre, deprimendo l’attività del sistema immunitario nel suo complesso, espongono al rischio di infezioni anche serie. La molecola sintetizzata dagli statunitensi sembra invece più sicura, anche se, come sottolineano gli stessi ricercatori, per limitare gli effetti collaterali sarà necessario trovare un metodo di somministrazione che permetta di farla giungere in modo mirato alle articolazioni.

Margherita Fronte
25 febbraio 2010

Fonte: Corriere Salute

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